‘Filomena balla…’

I have wished to write this post in Italian first, in honour of its theme and my roots. If you would like to read it in English, please scroll all the way down where I have added a translated version. 

 

Ho un rispetto immenso per la tradizione, quando questa non comporta l’oppressione della dignita’ dell’altro e quando preserva e celebra la sacralita’  della vita in tutte le sue forme.

La tradizione non e’ solo eredita’, patrimonio culturale, ma materia viva, il nostro legame con la storia e con le storie, con le radici, con la ricchezza attiva e potente che passa di generazione in generazione, e’ il sapere che si estende oltre i confini temporali e ci da’ senso di continuita’, di appartenenza, significato e resilienza nello scorrere dell’esistenza e nei cicli della vita.

Quando improvvisamente (o cosi’ e’ sembrato), attraverso un’esperienza catalizzante, ho capito appieno che anche io ho radici in tradizioni che mi appartengono, a cui appartengo, con i miei antenati e la gente della mia terra, e’ stato come l’aprirsi a catena, il ricongiungersi, di mondi dispersi, parti di me stessa che tornavano alla luce, risvegliati, risanati – ed ho ricominciato a danzare…

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Le danze tradizionali, viscerali, della mia terra –  sfiorate negli anni piu’ giovani, poi dimenticate – ritornavano un una luce completamente diversa, un’abbondanza e ricchezza mai vissute. Un caleidoscopio di storie, colori, sapori, coreografie e significati cosi’ interconnessi eppure cosi’ diversi, che so di voler passare il resto della mia vita a studiare, capire, vivere e assorbire.

Fin da questa ‘crisi’ e rivelazione, ho cominciato lentamente a riunificare parti della mia vita e del mio lavoro (entrambi sempre connessi) attraverso quella che ora chiamo ‘la mia danza’, il mio ballare, come fosse un ponte, l’anello mancante, che ora e’ qui, vivo e potente, nel mio corpo e nel vero centro del mio essere. Un’alleanza antica, familiare, che ritorna e che spalanca un portale che e’ stato sempre li’, in attesa: ‘Ricorda, ricorda, ricorda…’

Da qui al desiderio, alla passione, di aprire ad altri la possbilita’ di trovare il proprio portale laddove il sentiero e’ stato dimenticato, danneggiato o nascosto, il passo e’ stato quasi impercettibile, uno sviluppo naturale, perche’ la danza e’ connessione, movimento, sacralita’, servizio, celebrazione e condivisione.

Eppure nel mio lavoro io non mi pongo come insegnante della tradizione, un sapere che comincio solo ora a recuperare e ricostruire. Sono una discepola, piuttosto, che impara da cio’ che le viene insegnato direttamente e da cio’ che osserva, ascolta e vive – com’e’ giusto e tipico di ogni tradizione.

Photo on 2012-07-28 at 20I miei laboratori basati su ritmo, movimento e processo corporeo, non sono classi di danza, cosi’ come i mie Drum Circles non sono classi di percussione. Quando decido  di insegnare delle danze particolari (come nel Med Dance Club Monthly), o introduco aspetti di queste (negli altri laboratori) condivido cio’ che so e che riconosco, riferisco alle fonti accessibili, incoraggio la ricerca propria, l’esperienza e l’approfondimento individuali, come faccio con me stessa, sono un’allieva come gli altri.  Offro con la chiarezza che mi e’ possibile quelli che sono le prospettive mie o altre, senza spacciare queste per la tradizione di origine, ma rispettando la realta’ di entrambe.

Lo scopo e’ di risvegliare, creare, condividere ‘danza’ e ‘ritmo’ in noi stessi e nelle nostre comunita’ come forma di liberta’, gioa e recupero del potere di coesione.

 

Sentieri – a ciascuno il proprio

Il mio ruolo, il mio proposito nella vita, mi rendo conto, non e’ quello di insegnare.

Per alcuni di noi il sentiero scelto, la capacita’ piu’ squisita, e’ di insegnare e tramandare la tradizione nei suoi aspetti piu’ strutturali e sociali, che sia nel mondo dello studio, nella comunita’ o portando avanti piu’ direttamente i gesti, i rituali, i codici  e le storie. Queste sono le persone da cui desidero imparare, che ricerco, per rinforzare e nutrire le mie radici.

The Tree of Life

Il ruolo che sento mio, invece, la vocazione che piu’ mi appartiene, e’ quella di cogliere le risorse intrinseche, consapevoli o non consapevoli, il sapere intuitivo che ogni tradizione  – al di la’ del linguaggio e forma specifici di quella cultura – offre sulla natura umana e cio’ che ci fa crescere, sopravvivere, guarire, come la terra, come le piante e tutto cio’ che fa parte di noi, della matrice della vita.

Questi messaggi intuitivi, questo sapere, sono gli archetipi, i simboli collettivi di tutto quello che sembra essere profondamente radicato nella psiche umana (nello ‘spirito’, nel significato originale della parola, non la ‘mente’ come il culto della razionalita’ ci ha spinti a intendere). Questi ci guidano nella nostra ‘danza’ con l’esistenza, con la nostra condizione umana e con il nostro rapporto con il noto e l’ignoto.

Tali simboli non esistono in un mondo statico, non sono presenze determinate e fisse, ma se riconosciuti, accolti ed integrati, hanno un potere trasformativo immenso. Ci riportano ‘a casa’. Riti e danze di passaggio, di celebrazione, di fertilita’ e di guarigione di tutti i tempi e luoghi ce lo dimostrano.

La ricerca, il ritorno alla ritualita’ ed alla tradizione, alle radici, che sta negli ultimi decenni prendendo forme cosi’ varie, eclettiche, seppure non sempre costruttive, pare a me un segno di questo bisogno dello spirito di ‘ritornare’, di recuperare gli archetipi sommersi, un senso piu’ radicato e profondo di appartenenza e significato.

I guardiani  della tradizione, i guardiani della Terra, gli individui e le culture che lavorano nello spirito della condivisione, dello scambio vicendevole di risorse e patrimoni minacciati di estinzione, nel rispetto reciproco, sono per me indispensabili in questo momento storico, e vanno onorati e protetti.

Paesaggi diversi, stessi sogni

La mia intenzione e’ sempre piu’ quella di ‘servizio’.

Io lavoro e vivo in un contesto culturale radicalmente diverso da quello della mia terra d’origine. Anche se questa consapevolezza porta con se’ nostalgie di assenze impossibili, gli stessi archetipi ricorrono, se si presta loro attenzione e si e’ aperti a riceverli.

Eppure tanta parte della collettivita’ in cui esisto (in cui esistiamo tutti, dovunque, sebbene in alcune culture piu’ che in altre), e’ tagliata fuori dal proprio senso di appartenenza, dalle radici in tradizioni che nutrono l’anima della comunita’ e dell’individuo.
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 La scoperta del tesoro delle mie tradizioni di ritmo e danza, mi ha portata a voler usare questo linguaggio per offrire ad altri la
possibilita’ di riaprire connessioni troncate; perche’ quale linguaggio migliore di quello che posso veramente chiamare mio, a cui mi sono sentita attratta e affine, seppure senza capire, sin dagli anni dell’infanzia, per il quale posso sentire la presenza di supporto e sostegno delle generazioni passate e delle radici?

Cosi’ traggo forza e ispirazione dai simboli e valori che intessono queste mie danze: il legame con la terra, con i cicli della vita, lo spirito di
comunita’, gli archetipi del circolo vitale, del veleno che intossica e cura, del movimento ritmico che e’ follia e guarigione, della danza tra maschile e femminile (e degli altri principi opposti che questi rappresentano)  nella rottura e ricerca costante di armonia e completamento, la forza vitale che rinasce, muta e si rigenera, creazione, gioco, risveglio, euforia e abbandono.

La trance, l’estasi, il senso di unione con una matrice vitale illimitata che pervade tutto, la danza e la musica come strumento di tutto questo, non sono fantasie o storie mitiche, sono parte dell’esperienza umana piu’ universale e profonda, possibili ed osservabili dovunque – se si sa guardare – e non solo nelle pratiche e vita collettiva delle culture piu’ arcaiche ancora legate alla terra.

Queste esperienze, la nostra capacita’  di gioia, comunione e rigenerazione, sono spesso danneggiate, bloccate o negate dal trauma, ma anche dalla soppressione istituzionalizzata delle nostre facolta’ intuitive e creative, del senso di appartenenza alla terra e di tutto che che vive (un sistema antico come l’umanita’, che ‘divide e impera’ e che distrugge l’anima di individui e popoli).

755514_15180502 Nei luoghi e situazioni in cui oggi si ricerca l’estasi, la ‘trance’, il senso di completezza, spesso ci si ritrova soli, ubriacati e storditi da ritmi e musiche che intendono rompere, si, le barriere, ma in condizioni che non forniscono ponti nel vuoto che ne resta.

Qui manca l’elemento fondamentale di quelle culture in cui si svolgono pratiche estatiche, medicinali, esilaranti guidate da danze e ritmi trascinanti: la presenza della comunita’, la condivisione nel gruppo che sostiene e contiene e testimonia, il radicamento nella terra e allo stesso tempo in significati comuni, di sacralita’ (intese come di onore e rispetto per la vita) condivise, che abbracciano il senso dell’esistenza.

La trance, l’estasi cosi’ indotte e disconnesse da ogni radicamento e contenimento nel legame con altri e con cio’ che ci sostiene, non solo ci lascia vuoti, ma puo’ a volte spalancare altri portali, a cui non siamo preparati, senza alcun sostegno o protezione per poter integrare cio’ che emerge dentro di noi.

La danza, le danze della mia terra, diventano per me un canale. Quando le porgo come ispirazione e modello, la loro provenienza culturale viene spiegata con un linguaggio accessibile ad un collettivo ad esse estraneo. In questo contesto, il ritmo, i movimenti contenuti nelle danze sono una piattaforma, un modo per radicarsi nel corpo, per riconnettersi a se stessi, alla terra, agli altri.

Esse sono un vascello – dove non ne esistono in quel momento altri – per cominciare a liberare i propri passi, i propri movimenti, generati dalle proprie viscere, dalla vitalita’ dormente o soppressa, la gioia dimenticata che si riattiva e trova espressione, che ristabilisce i legami interrotti, che riapre il flusso vitale e ci permette di sentirci vivi e parte del tutto.

Quello che era stato abbandonato, interrotto, rinnegato, puo’ venire riaccolto, integrato, esposto senza vergogna, nel circolo del gruppo, della comunita’ dove si e’ testimoni e partecipi e dove siamo tutti, indiscriminatamente, interconnessi.

Si puo’ imparare ad abbandonarsi alla gioia liberatrice del corpo, del gruppo, che balla.
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Questo e’ il potere risanatore del collettivo radicato nella terra, nella saggezza e sacralita’ del corpo, nel legame inestricabile col tessuto della vita in tutte le sue forme e che e’ capace di esprimere, vivere e condividere tutto questo sciogliendosi nel canto, nella musica, nel ritmo, nella danza.

 

‘Filomena balla…’

Quando ricominciai a ballare, venni completamente catturata, inebriata, dai ritmi della mia terra, visceralmente. Sentii letteralmente (e qui non c’e’ esagerazione o romanticismo) le cellule del mio corpo vibrare, ricongiungersi, e lo sciogliersi non solo di gioia ma di lutti antichi, di perdite mai piante, di amori non ricevuti e non dati. Poi il senso indescrivibile, il calore, il riconoscimento del ‘ritorno a casa’ e una corrente estatica d’amore e gratitudine per la vita, la certezza di appartenervi indissolubilmente, e che in tutto questo la solitudine e’ impossibile!

Gabrielle Roth – fondatrice della 5-Rhythm Dance e che ci ha lasciati solo pochi mesi fa – una volta ha scritto: “[..] I see that the body is the wife of the spirit. Age doesn’t diminish the vital marriage, it only deepens it. Male and female, music and movement, body and spirit – a liquid harmony, more potent with age”   (in ‘Maps to Ecstasy: Teachings of an Urban Shaman’, 1989)

Per me e’ cosi’.

E la mia gratitudine per coloro che hanno vissuto, protetto, studiato e tramandato queste danze, questi ritmi e le loro radici e che ancora lo fanno con passione e dedizione, e’ immensa.

Mi piace questa frase tratta dal libro di Ernesto De Martino (‘La Terra del Rimorso’,1961, sullo studio del Tarantismo pugliese), quando la troupe di ricerca sul campo venne chiamata ad osservare una ‘tarantata’ che mossa dal ritmo dei suonatori, aveva iniziato a ballare la danza risanatrice: “Carmela balla. Venite”.

DSC_0919 copyE cosi’, seppure in uno sfondo radicalmente diverso – e col nome arcaico di innumerevoli donne del Sud Italia, che si estendono fino al cuore dell’ antica Grecia – Filomena balla. 

Di nuovo. Appassionatamente.

Un’unione che voglio per il resto della mia vita, invitando e danzando con tutti i ballatori e le ballatrici nascosti dentro di noi, che aspettano di liberarsi.

E perche’ mi rende felice.

 

 

 

 

 

Venite a ballare ed a riaccendere il fuoco interiore

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English:

 

I have animmense respect for tradition, when this does not involve oppressing the other’s dignity and when it protects and celebrates the sacredness of life in all its forms.

Tradition is not only personal and cultural heritage, but live matter, our bond with history and ‘stories’, with our roots, with the active and potent wealth that is handed on from generation to generation, it is knowledge that extends beyond the boundaries of time and gives us a sense of continuity, of belonging, meaning and resilience in the flow of existence and in the cycles of life.

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When suddenly (or so it felt), through a catalyst experience, I fully understood that I too have roots in traditions that belong to me, to which I
belong, with my ancestors and with the people of my homeland, it was like a chain reaction, the opening, the re-joining of previously dispersed worlds, parts of myself that re-emerged into light, re-awakened, healed – and I begun to dance again.

The traditional, visceral dances of my land – only just touched in my younger years, then forgotten – now returned with a completely different light, an abundance and richness never experienced before. A kaleidoscope of stories, colours, flavours, choreographies and meanings so tightly linked and yet so different that I know I will want to spend the rest of my life studying, understanding, experiencing and absorbing.

Ever since this ‘crisis’ and revelation, I have slowly begun to reunite parts of my life and my work (both always connected to one another) through what I now call ‘my dance’, my dancing, as if this was a bridge, the missing ring, which is now here, alive and potent, in my body and in the very centre of my being. An ancient and familiar alliance returning and opening, wide, a portal that was always there, waiting: ‘Remember, remember, remember….’

From this to the desire, the passion, to open up for others the possibility to find their own portal where the path has been forgotten, injured or hidden, the passage was almost imperceptible. A natural development, because dance is connection, movement, sacredness, service, celebration and sharing.

Yet, in my work I do not present myself as a teacher of tradition, a knowledge that only now I begin to reclaim and reconstruct. I am a disciple, rather, who learns from what she is taught directly and from what she observes, listens to and experiences – as it is typical of all traditions.

Photo on 2012-07-28 at 20My workshops based on rhythm, movement and body process, are not dance classes, just as my Drum Circles are not percussion classes. When I decide to actually teach specific dances (like in the Med Dance Club Monthly), or I introduce aspects of these (like in my other workshops) I share what I know and can recognize, I refer to the available sources, I encourage one’s own research, experience and deepening, as I do with myself. I am a student like everybody else. I offer mine and other perspectives as clearly as I am able to, without presenting these as the original tradition, but honouring the  validity of both.

The aim, for me, is to reawaken, create, share ‘dance’ and ‘rhythm’ in ourselves and in our communities as a form of freedom and empowerment.

 

Paths and calls – to each our own

My role, my purpose in life, I realize, is not one of teaching.

For some of us the chosen path, the most exquisite skill, is to teach and pass on a tradition in its most structural and social aspects, whether in the realm of study, in the community or more directly preserving and continuing those gestures, rituals, languages and stories. These are the people I wish to learn from, whom I seek, to strengthen and nurture my roots.

Tree of Life

Tree of Life

The role that I feel mine, instead, the call that most belongs to me, is about gathering the intrinsic resources, conscious or not, the intuitive knowledge that every tradition – beyond the language and forms of any one specific culture – offers about human nature and about what makes us grow, survive, heal, just like the earth, plants and all that is part of us, of the matrix of life.

These intuitive messages, this knowledge, are the archetypes, the collective symbols of everything that seems deeply rooted in the human psyche (in the ‘spirit’, in the original meaning of this word, not the ‘mind’ as the cult of rationality has it). These guide our ‘dance’ with existence, with our human condition and our relationship with the unknown.

These symbols do not exist in a static world, they are not a determined and fixed presence, but if recognised, embraced and integrated, they have an immense transformational power. They carry us ‘home’. Rites and dances of passage, of celebration, of fertility and of healing of all times show us this.

The search for, the return to ritual and tradition, to the roots, which in recent times has been taking so many different, eclectic although not always constructive forms, seems to me a signal of the spirit’s needs to ‘return’, to reclaim the submerged archetypes, a deeper and more rooted sense of belonging and meaning.

The guardians of tradition, the guardians of the Earth, the individuals and cultures who work in the spirit of sharing, in the mutual exchange of heritage and resources under threat of extinction, in mutual respect, are to me absolutely necessary at this point in history, and are to be protected and honoured.

 

Different landscapes, shared dreams

My intention is more and more one of ‘service’.

I work and live in a cultural context that is radically different to the one of my land of origin. Even though this awareness brings with it the longing for impossible absences, the same archetypes recur, if one pays attention and is open to receive them.

Yet so much part of the collective in which I live (in which we all exists, anywhere, although in some cultures more so than in others), is cut off from one’s own sense of belonging, from the rooting in traditions that nourish the soul of the individual and the community.

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Discovering the treasure of my traditions of dance and rhythm has lead me to want to use this language to offer others the opportunity to reopen severed connections; for what better language is there than the one I can truly call mine, to which I have felt attraction and affinity – although without understanding – since my childhood years, through which I can feel  the holding, sustaining presence of generations past and of my roots?

Therefore, I draw strength and inspiration from the symbols and values weaved into the fabric of my dances: the connection with the earth, with life cycles, community spirit; from the archetypes of the life circle, of the poison that intoxicates and cures, of rhythmic movement which is creation, madness and healing, of the dance between masculine and feminine (and of all the opposites that these represents) in the breaking and constant search for harmonizing; the vital force that rises again, changes and regenerates itself, play, awakening, euphoria and abandon.

Trance, ecstasy, a sense of oneness with an unbounded life matrix which pervades everything, dance and music as a doorway to this, are not fantasies or mythical stories, they are a part of the most universal and deepest human experience, possible and observable everywhere – if one can see it – and not only in the collective life and practices of archaic cultures still tightly connected to the earth.

These experiences, our capacity for joy, communion and regeneration, are often damaged, blocked or denied by trauma, but also by the institutionalised and systematic oppression of our intuitive and creative faculties, of our sense of belonging to the earth and to all that lives (an instrument as ancient as humankind, that ‘divides and rules’ and which destroys the soul of peoples and individuals).

755514_15180502In the places and situations where ecstasy, ‘trance’, a sense of completeness are sought today, often we find ourselves alone, drunk and numbed with rhythms and music intended to break, that’s true, such barriers, but under conditions that fail to provide bridges in the void that is left.

Here what is missing is precisely the fundamental element that informs those cultures where ecstatic, exhilarating, medicinal practices guided by compelling dance and rhythm take place: the presence of community, sharing and co-creating within the group that supports and witnesses, the rooting into the earth and at the same time in shared meanings, in a sense of sacredness that encompasses the whole of existence.

Trance, ecstasy this way induced and disjointed from any rooted-ness and containment within a connection with others and with that which sustains us, does not only leave us empty, but may at times slam open other portals for which we are unprepared, without any help or safety for us to be able to integrate what emerges within ourselves.

The dance, the dances of my homeland become for me a channel. When I offer them as inspiration and model, their cultural origin is explained in a language and style accessible to a collective to which the are alien. In this context, the rhythm, the movements contained in these dances are a platform, a way to root into one’s own body, to reconnect to oneself, to the earth, to others.

They are a vessel – where there are no other at that moment in time – to begin to free one’s own steps, one’s movements, generated from our depths, from the dormant or suppressed vitality, the forgotten joy that comes to life and finds expression, that re-establishes interrupted threads, that reopens the vital flow and allows us to feel alive and part of a whole.

What had been abandoned, severed, denied, can now be reclaimed, integrated and exposed without shame, within the circle of the group, of the community where we are witnesses and participants and where we all are, indiscriminately interconnected.

We can learn to let give into the liberating joy of the dancing body, the dancing circle.

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This is the healing power of the collective rooted into the earth, into the wisdom and sacredness of the body, into the inextricable bond with the fabric of life in all its forms and which is capable of expressing, experiencing and sharing all of this by breaking into song, music, rhythm, dance.

 

‘Filomena is dancing…’

When I begun to dance again, I was completely captured, inebriated, by the rhythms of my homeland, viscerally. I literally felt (and there is no exaggeration here nor romanticism) the cells of my body vibrate, join up, and the melting of not only joy but of ancient grief, of losses never cried for, of love never received or given.

Then an indescribable sense, warmth, recognition of  ‘home-coming’ and an ecstatic current of love and gratitude for life, the certainty of belonging to this, indissolubly, and that in all of this, loneliness is impossible.

Gabrielle Roth – founder of the 5-Rhythm Dance and who has left this world only few months ago – once wrote: “[..] I see that the body is the wife of the spirit. Age doesn’t diminish the vital marriage, it only deepens it. Male and female, music and movement, body and spirit – a liquid harmony, more potent with age”   (in ‘Maps to Ecstasy: Teachings of an Urban Shaman’, 1989)

For me it’s like this.

And my gratitude for those who have experienced, protected, studied and passed on these dances, these rhythms and their roots and who still do this with passion and dedication, is immense.

I like this phrase from Ernesto De Martino’s book (‘La Terra del Rimorso – trad. The Land of Remorse, 1961, on the study of Tarantism in Puglia) when the field research team was called to observe a ‘tarantata’ (woman believed to have been bitten by the tarantula), who, moved by the rhythm of the musicians, had started to dance the healing dance: “Come. Carmela is dancing”

DSC_0919 copyAnd so, although in a radically different context  – and with the archaic name of innumerable women from the South of Italy, extending back to the heart of Ancient Greece – Filomena balla.

Again. Passionately.

A union I want for the rest of my life, inviting and dancing with all the dancers, women and men, hidden inside ourselves, longing to free themselves.

And because it makes me happy.

 

 

Come dance & reawaken your inner fire

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About Filomena

Psychotherapist, Counsellor, Workshop & Community Rhythm Facilitator @ Core-Beat Drumming & Dancing At The Heart of Communities & Full Circle Therapeutic Pathways.

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